Andrea Ruggiero

Alias Pupax
Lecco

Viaggi

Namibia

Percorso e tappe del viaggio © OpenStreetMap contributors

Registro di viaggio

  1. WindhoekArrivo dopo lo scalo in Etiopia
  2. EtoshaGiraffe, rinoceronti e un ghepardo
  3. Skeleton CoastGomma bucata, insabbiamento, nessuno
  4. Cape CrossLe otarie, meno docili di come sembrano
  5. Sandwich HarbourSi passa solo con la bassa marea
  6. Tropico del CapricornoUna sessione di lavoro sotto il cartello
  7. Sossusvlei e DeadvleiDune arancioni e acacie morte, a 38 gradi
  8. AusUna cosa che lì chiamano pizza
  9. Lüderitz
  10. KolmanskopLa città fantasma piena di sabbia
  11. Fish River Canyon
  12. WindhoekHeroes' Acre, prima del volo

La Namibia è uno dei viaggi più impegnativi che abbia mai fatto. Maggio 2022, io, Francesco Lietti e Federico Giordi, un Toyota Hilux 4x4 con due tende sul tetto e un grande giro ad anello, partendo e tornando a Windhoek. Il bilancio l’ho scritto nell’ultima storia: 4.213 km, 3 gomme bucate, 1 insabbiamento, 7 notti in tenda.

Il Toyota Hilux con la tenda sul tetto parcheggiato vicino al Fish River Canyon
Il nostro Hilux, con le tende sul tetto

Già l’andata è stata un’avventura: volo Ethiopian con scalo in Etiopia, una brioche alle tre di notte e il pranzo alle undici di mattina, giusto per aggiungere il jet lag che mancava. La prima sera, uno spiedone di coccodrillo, antilope e zebra. Chiedo scusa agli animalisti.

La polizia e i primi sterrati

Sugli sterrati verso nord ho esagerato con l’acceleratore. Il limite c’era, e la polizia pure: ce ne siamo accorti dalle luci blu nello specchietto, mentre ci inseguiva. La colpa, come ho scritto nelle storie, era ovviamente mia. Alla fine ci siamo accordati così: 80 euro e un sugo italiano.

Etosha e una notte tra gli animali

Ad Etosha gli animali vengono da te: giraffe che attraversano la strada con un certo stile, un rinoceronte sdraiato, zebre ovunque, un ghepardo che camminava nell’erba a pochi metri da noi. E le acacie solitarie nella piana, di cui mi sono innamorato.

Una giraffa che attraversa la strada nel parco di Etosha
Un'acacia solitaria davanti alla piana di Etosha
Una giraffa con un certo stile e una delle acacie di Etosha

Una sera alcune persone del posto ci hanno avvisato che in quella zona giravano elefanti, rinoceronti e leoni. Ci è sembrato il posto perfetto per montare le tende.

Skeleton Coast

Il quinto giorno è cominciato così: nel nulla, nella nebbia, con un’altra gomma bucata. La Skeleton Coast è il momento del viaggio in cui mi sono chiesto chi me l’avesse fatto fare. Sabbia, nebbia, relitti di navi sulla spiaggia e soprattutto nessuno: lì non passa davvero nessuno. Poi, per capire meglio l’origine del nome, ci siamo anche insabbiati. Ci ha aiutati a uscire una jeep di passaggio, e vista la zona è stata una fortuna. Le gomme bucate, invece, ce le hanno riparate persone incontrate lungo la strada.

Il relitto arrugginito di un peschereccio tra le onde della Skeleton Coast
Uno dei relitti della Skeleton Coast

A Cape Cross c’è una colonia enorme di otarie. Sembrano docili. Non fatevi ingannare.

La colonia di otarie distesa sulla spiaggia di Cape Cross
La colonia di Cape Cross, apparentemente docile

Sandwich Harbour e il deserto

A Sandwich Harbour si guida sulla battigia, stretti tra l’oceano e le dune, e all’inizio sembra un’autostrada. Non lo è: quella “strada” si può fare solo con la bassa marea. Noi l’abbiamo presa come i bambini con le pozzanghere. Poi i fenicotteri, oltre 100 km senza incrociare un solo veicolo, il cartello del Tropico del Capricorno (dove ho lavorato un po’, col portatile su una sedia da campeggio), e Sossusvlei e Deadvlei a 38 gradi, con le acacie morte sul fondo bianco di argilla.

Le dune di Sandwich Harbour che finiscono direttamente nell'oceano, viste dal drone
Sandwich Harbour, dove le dune finiscono in acqua

Il sud

Il sud è stato soprattutto chilometri: 300 km dritti verso le montagne, una cosa che ad Aus chiamano pizza, Lüderitz al tramonto dopo essere quasi finiti in un dirupo con la macchina. Poi Kolmanskop, una città abbandonata nel deserto con la sabbia che entra dalle finestre, e il Fish River Canyon. L’ultima mattina eravamo di nuovo a Windhoek, all’Heroes’ Acre, prima di tornare a casa.

Una stanza di Kolmanskop invasa dalla sabbia
Una casa abbandonata della città fantasma di Kolmanskop
Kolmanskop, dentro e fuori

In pratica

  • Un telefono satellitare è la prima cosa che metterei in valigia: in certi tratti, se succede qualcosa, non c’è nessuno a cui chiedere aiuto.
  • Sandwich Harbour si fa solo con la bassa marea.
  • Mettete in conto le forature: noi ne abbiamo avute tre, e senza le persone incontrate per strada sarebbe stata dura.
  • I limiti di velocità ci sono anche quando la strada è vuota, e la polizia pure.