
Registro di viaggio
- WindhoekArrivo dopo lo scalo in Etiopia
- EtoshaGiraffe, rinoceronti e un ghepardo
- Skeleton CoastGomma bucata, insabbiamento, nessuno
- Cape CrossLe otarie, meno docili di come sembrano
- Sandwich HarbourSi passa solo con la bassa marea
- Tropico del CapricornoUna sessione di lavoro sotto il cartello
- Sossusvlei e DeadvleiDune arancioni e acacie morte, a 38 gradi
- AusUna cosa che lì chiamano pizza
- Lüderitz
- KolmanskopLa città fantasma piena di sabbia
- Fish River Canyon
- WindhoekHeroes' Acre, prima del volo
La Namibia è uno dei viaggi più impegnativi che abbia mai fatto. Maggio 2022, io, Francesco Lietti e Federico Giordi, un Toyota Hilux 4x4 con due tende sul tetto e un grande giro ad anello, partendo e tornando a Windhoek. Il bilancio l’ho scritto nell’ultima storia: 4.213 km, 3 gomme bucate, 1 insabbiamento, 7 notti in tenda.

Già l’andata è stata un’avventura: volo Ethiopian con scalo in Etiopia, una brioche alle tre di notte e il pranzo alle undici di mattina, giusto per aggiungere il jet lag che mancava. La prima sera, uno spiedone di coccodrillo, antilope e zebra. Chiedo scusa agli animalisti.
La polizia e i primi sterrati
Sugli sterrati verso nord ho esagerato con l’acceleratore. Il limite c’era, e la polizia pure: ce ne siamo accorti dalle luci blu nello specchietto, mentre ci inseguiva. La colpa, come ho scritto nelle storie, era ovviamente mia. Alla fine ci siamo accordati così: 80 euro e un sugo italiano.
Etosha e una notte tra gli animali
Ad Etosha gli animali vengono da te: giraffe che attraversano la strada con un certo stile, un rinoceronte sdraiato, zebre ovunque, un ghepardo che camminava nell’erba a pochi metri da noi. E le acacie solitarie nella piana, di cui mi sono innamorato.
Una sera alcune persone del posto ci hanno avvisato che in quella zona giravano elefanti, rinoceronti e leoni. Ci è sembrato il posto perfetto per montare le tende.
Skeleton Coast
Il quinto giorno è cominciato così: nel nulla, nella nebbia, con un’altra gomma bucata. La Skeleton Coast è il momento del viaggio in cui mi sono chiesto chi me l’avesse fatto fare. Sabbia, nebbia, relitti di navi sulla spiaggia e soprattutto nessuno: lì non passa davvero nessuno. Poi, per capire meglio l’origine del nome, ci siamo anche insabbiati. Ci ha aiutati a uscire una jeep di passaggio, e vista la zona è stata una fortuna. Le gomme bucate, invece, ce le hanno riparate persone incontrate lungo la strada.

A Cape Cross c’è una colonia enorme di otarie. Sembrano docili. Non fatevi ingannare.

Sandwich Harbour e il deserto
A Sandwich Harbour si guida sulla battigia, stretti tra l’oceano e le dune, e all’inizio sembra un’autostrada. Non lo è: quella “strada” si può fare solo con la bassa marea. Noi l’abbiamo presa come i bambini con le pozzanghere. Poi i fenicotteri, oltre 100 km senza incrociare un solo veicolo, il cartello del Tropico del Capricorno (dove ho lavorato un po’, col portatile su una sedia da campeggio), e Sossusvlei e Deadvlei a 38 gradi, con le acacie morte sul fondo bianco di argilla.

Il sud
Il sud è stato soprattutto chilometri: 300 km dritti verso le montagne, una cosa che ad Aus chiamano pizza, Lüderitz al tramonto dopo essere quasi finiti in un dirupo con la macchina. Poi Kolmanskop, una città abbandonata nel deserto con la sabbia che entra dalle finestre, e il Fish River Canyon. L’ultima mattina eravamo di nuovo a Windhoek, all’Heroes’ Acre, prima di tornare a casa.
In pratica
- Un telefono satellitare è la prima cosa che metterei in valigia: in certi tratti, se succede qualcosa, non c’è nessuno a cui chiedere aiuto.
- Sandwich Harbour si fa solo con la bassa marea.
- Mettete in conto le forature: noi ne abbiamo avute tre, e senza le persone incontrate per strada sarebbe stata dura.
- I limiti di velocità ci sono anche quando la strada è vuota, e la polizia pure.















